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Il 130° Reggimento di fanteria "Perugia"
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motto: "Fata virtute assecuti"










Il reggimento festeggia il combattimento di Fagarè e del Piave avvenuto il 19 giugno del 1918 ove si guadagna la Medaglia d'Argento al Valor Militare.
M.A.V.M. alla bandiera del 130° reggimento fanteria:
Con magnifica audacia ed eroica tenacia, in ripetuti violentissimi attacchi, conquistò e mantenne formidabili trinceramenti nemici, a prezzo di largo e generoso olocausto di sangue (San Michele del Carso 13 novembre - 2 dicembre 1915). In tre giorni di aspra e cruenta lotta cooperò a contenere e a respingere i violenti attacchi di soverchianti forze nemiche, che avevano occupato la sponda destra del Piave (19-21 giugno 1918). Bollettino Ufficiale anno 1920, disp. 47a.

Festa del reggimento: il reggimento festeggia il combattimento di Fagarè e del Piave avvenuto il 19 giugno del 1918 ove si guadagna la Medaglia d'Argento al Valor Militare.

L'8 settembre 1943 il 130° Reggimento, inquadrato nella 151a Divisione di Fanteria "Perugia" ed al comando del Colonnello Eugenio Ragghanti, è dislocato in Albania nel settore di Tepeleni e, quindi, a Nord rispetto al Comando della Divsione che si trova ad Argirocastro.

A Tepeleni, con il Colonnello Giuseppe Adami, comandante la Fanteria Divisionale della "Perugia", vi era appunto il 130° Reggimento del Colonnello Eugenio Ragghanti ed il  il II Battaglione del 130° Rgt. al comando del Tenente Colonnello Lorenzo Lagorio.

A Premeti era invece dislocato il III Battaglione del 130° Fanteria comandato dal Maggiore Simone Ciampa, coadiuvato dall'aiutante maggiore Ten. Girolamo Bestetti. Il Battaglione si componeva dei seguenti reparti:
  Comapagnia Comando di Battaglione del Ten. Felice Moroni;
  IX Compagnia del Ten. Ruggero D'Alessandro;
  X Compagnia del Ten. Edmondo La Marca;
  XI Compagnia del Cap. Umberto Amilcarelli;
  XII Compagnia dal Cap. Antonio Messina;
  __ Compagnia del Cap. Orsino Orsini;
  __ Compagnia del Ten. Felice Moroni;

Gli altri Ufficiali  erano
Tenente Ridolfi Nazareno
ei Sottotenenenti Ciuti, D'Annibale, Galasso, Mavero, Pedretti, Rovelli, Scatolone, Scuzzo, Verni, Volpes e Zangiacomi.
L'Ufficiale medico del Battaglione era il Sottotenente Alberto D'Annunzio.
Vi erano poi due plotoni della Compagnia Cannoni da 47/32, uno al comando del Sottotenente Federico Dornetti ed uno comandato da un sottufficiale, ed un plotone della Compagnia Mortai da 81 mm, anch'esso comandato da un sottufficiale.

A Kelcyra (Kljsura) era, infine, dislocato il I Battaglione del 130° al comando del Ten. Col. Gino Ferri con la Compagnia Cannoni da 47/32 del Capitano Filippo Verga e la Compagnia Mortai da 81 mm del Capitano Amilcarelli.




















Il colonnello Ragghanti ed alcuni altri ufficiali del 130°
(la fotografia è stata scattata dal S.Ten. Arnaldo Pozza ed è stata gentilmente concessa dal figlio Roberto)

All'alba dell'11 settembre, ottemperando agli ordini ricevuti, il III Battaglione lascia Premeti muovendosi in assetto da combattimento, alla volta di Kelcyra ove gigungerà dopo circa sei ore di marcia. Qui, dunque, si congiunge al I Battaglione. La mattina del 13 settembre entrabe i reparti sono schierati, completamente aramati,  nella piazza del paese ponti a partire per Tepeleni per ricongiungersi al II Battaglione e ricomporre l'integrità organica del 130° Reggimento. Erano tuttavia stati lasciati sguarniti i capisaldi che erano stati, repente, occupati dai partigiani albanesi. Si era fatto mezzogiorno ma ai reparti non era ancora stato impartito l'ordine di movimento. Ciò perchè le formazioni partigiane avevano trattentuto a colloquio i comandanti dei reparti per chiedere la cessione di un terzo delle armi e delle munizioni. In cambio sarebbe stato loro garantito il passaggio verso la gola di Kljsura al sicuro da attacchi dei tedeschi e dei partigiani albanesi.
Gli ufficiali in comando non cedettero alle richieste dei partigiani che in cambio minacciarono attacchi al convoglio. Minaccia che posero, purtroppo, in essere proprio il 13 settembre allorquando la testa della colonna si accingeva ad attraversare la gola. I soldati procedevano in fila indiana e non avevano assunto la formazione da combattimento facilitando, dunque, l'imboscata. Il numero delle vittime tra i nostri militari rimane imprecisato (diverse fonti riferiscono 10 morti altre più di 50 ed altrettanti feriti). L'attacco sortì un effetto disarmante sulla psicologia dei soladati che finirono per dare ascolto a pochi partigiani i quali li convinsero della resa dei loro Colonnelli. Fu così che il I ed il III Battaglione, completamente armati, equipaggiati e supportati da pezzi di artiglieria, furono disarmati da pochi albanesi. Privi delle armi e depredati dai partigiani gli uomini procedettero in ordine sparso verso Tepeleni.   
Il gruppo più rilevante, composto da più di duemila uomini giudati dagli ufficiali Verga, De Santis, Perrozzi, Gurini e Dornetti e con il medico dott. Francesco Violante ed il cappellano don Amadio gasperini,  una volta giunto in prossimità del ponte della città, ormai occupata dai tedeschi, fu sconsigliato dai partigiani ad entrarvi e dirottò attraverso i monti, verso Porto Edda. 
Il secondo gruppo, alla guida del Ten. col. Ferri, invece, decise di entrare in città dove fu accolto dai commilitoni del II Battaglione. Altri uomni, infine, si unirono alle bande partigiane.
A Tepeleni il Col. Adami ed il Col. Ragghanti, ormai isolati e privi di ordini, incalzati dalle pressioni dei tedeschi decisero di consegnare loro le armi. Fu così che, all'alba del 14 settembre, nel cortile del Castello i soldati, che pure avevano espresso la volontà di non consegnare le armi al "nemico" bensì di volerlo combattere, obbedirono agli ordini e conseganrono le loro armi!
E' la fine del 130° Reggimento Fanteria della "Perugia".  Gli uomini vengono fatti prigionieri e avviati verso i campi di concentramento di Mavrova, a 13 km da Valona,  e di Drashovica a 8 kn da Valona, in prossimità del greto del fiume "Shiushica", dove erano già rinchiusi gli uomini della "Parma". Altri ancora dovettero procedere per Valona e furono poi deportati. Molti riuscirono a fuggire dai campi attaccati dai partigiani albanesi e si dieressero verso Porto Edda. Quelli che vi arrivarono si imbarcheranno per l'Italia la sera del 22 settembre.
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