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Il calvario della Divisione "Perugia" dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943
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Città Militare di Argirocastro, 9 settembre 1943
La mattina, verso le undici, una colonna di autoblindo e cingolati tedeschi della I Divisione Corazzata Germanica, giunge ad Argirocastro; i tedeschi puntano, in segno di minaccia, le proprie armi verso la città militare. Un Maggiore tedesco si trattiene a colloquio con il Genarale Chiminello per circa tre ore. Dopo una lunga trattativa si giunge ad un accordo: la cittadella rimarrà in armi ma nessuno potrà lasciarla e, nel caso di forzato spostamento, l'intera Divisione si dovrà portare a Valona. A garanzia di tanto il Generale Chiminello impegnò la propria parola d'onore. Quindi la colonna tedesca riparte per Valona lasciando a presidio solo un gruppo di uomini e qualche mezzo.
Nel primo pomeriggio del 13 settembre rientrano alla città militare il II Battaglione "Ciclisti", proveniente da Delvino, al comando del Tenente Colonnello Emilio Cirino,  coadiuvato dall'aiutante maggiore Ten. Vincenzo Rago ed il III Battaglione, proveniente da Giorgiokat, al comando del Maggiore Mario Gigante. Il 129° Reggimento dunque si ricompone nella sua interezza.

La sera di quello stesso giorno il presidio tedesco, richiamato a Valona, lascia Argirocastro.
All'indomani i nazionalisti albanesi, forti di quanto già riuscito col il 130 Rgt. a Kelcyra, lanciano l'utlimatum ai soldati italiani: consegnare le armi entro le ore 17.00.  Il Generale Chiminello decide allore di tenere un consiglio con tutti gli ufficiali per decidere cosa fare. La decisione fu presa "democraticamente" e fu "Non consegnare le armi a nessuno. Se dobbiamo morire, meglio morire con le armi in pugno." 
I nazionalisti albanesi, informati dal comando italiano di non accettare le condizioni dell'ultimatum, decidono allora di attacare e cominciano ad avvicinarsi alla città militare, riuscendo anche  ad occupare un nostro caposaldo; da quì parte un colpo diretto verso i soldati italiani asserragliati nella città militare. E' l'inizio della tragedia. Tutte le armi della Divisione, artiglierie comprese, rispondono al fuco.  Sui campi attorno alla città militare caddero pìù di cinquecento albanesi. Dei nostri cadde solo il fante Giuseppe Nuovo.
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Padre Tarcisio Scannagatta così descrive i fatti: "Così là, dove la strada che esce da Porto Edda sale lentamente, facendo un ampio cerchio attorno alla città, prima di dirigersi definitivamente veros nord, fra quei due capisaldi rocciosi, la Divisione "Perugia", per ordine del suo Generale Comandante, buttò le sue armi...
Quello fu davvero il luogo della nostra vergongna....A mio parere quello fu il più tragico dei giorni vissuti e segnò l'epilogo della Divisione Perugia"
Solo gli Ufficiali conservarono la loro pistola di ordinanza.
Ormai la Divisione non era più un reparto in armi.... non erapiù nemmeno un reparto ma solo un gruppo di quattromila uomini disperati.
La marcia di 37 km verso Porto Palermo durò tutta la notte. Giungeranno a Borsh, 3 km a sud di Porto Palermo, la mattina del giorno successivo lunedì 27 settembre. Qui la Divisione rimarrà nei tre giorni successivi nella vana attesa delle navi italiane. Borsh infatti, col suo territorio ricco di vegetazione e acque fresche, offriva riparo agli uomini molto di più di quanto ne avrebbe offerto la penisola di Porto Palermo, priva di acqua e vegetazione. Da Borsh, poi, la strada si biforcava proseguendo, da un lato, per Valona e, dall'altro, verso Kuç e i monti del Kurvelesh.
Ogni sera il II Battaglione "Ciclisti" si recava a Porto Palermo per verificare la presenza delle navi e cominciare l'imbarco. Ma le navi non arrivarono. La "Perugia" che aveva obbedito agli ordini provenienti dall'alto comando raggiungendo Porto Palermo era stata abbandonata al suo destino. Sebbene a Brindisi era noto che la divisione era a Porto Palermo e che il porto era sicuro nessuna nave fu fatta salpare dall'Italia per riportare in Patria i soldati della Divisione. L'Italia tradì.
Nel frattempo, il pomeriggio del 29 settembre,  soladati tedeschi del I Battaglione del 99° Reggimento Gebirgsjäger, I Divisione da Montagna "Edelweiss", al comando del maggiore Siegfried Dodel sbarcarono a Porto Edda. Ebbe inizio una operazione di criminale rastrellamento e sterminio degli Ufficiali Italiani che gli stessi tedeschi battezzarono "operazione spaghetti".   
Mente i tedeschi risalivano verso Porto Palermo la Divisione Perugia si frazionò ulteriormente. Infatti mentre la maggior parte dei reparti decise di fermarsi a Borsh, attendendo il tragico epilgo del dramma che stavano vivendo, nella notte del 30 settembre ottobre il "gruppo Lanza" composto dal Comando del 129° reggimento e dall'intero II Battaglione "Ciclisti" con i Servizi decise di prendere la via della montagna.




Dopo l'attacco del 14 settembre, appreso che la città di Porto Edda (Sarande o Santi Quaranta) era ancora libera dai tedeschi, i comandanti dei reparti, di comune accordo, decidono di raggingerla con la speranza di potervsi di qui imbarcare per l'Italia. Fu una decisione molto sofferta specie in considerzione del fatto che il Generale Chiminello voleva invece tenere fede alla parola data ai tedeschi e, quindi, era intenzionato a ragginugerli a Valona. Ma la decisione è ormai presa, all'alba del 16 settembre la Divisione parte per Porto Edda. Il Generale Chiminello è, di fatto, esautorato. In formazione da combattimento i reparti si muovono lasciandosi alle spalle la città militare di Argirocastro data alle fiamme dagli stessi soldati italiani per non farla cadere in mano ai tedeschi o agli albanesi.

Per completezza si rappresenta che, d'ora in poi, per Divisione si intendono tutti e soli i reparti schierati nella città militare; è escluso, quindi, il 130° Reggimento che si trovava nella zona di Tepeleni le cui sorti sono descritte nella pagina dedicata al reparto. 

Nel tardo pomeriggio del 16 settembre la "Perugia" giunge a Giorgiokat per ripartire alla volta di Gardhicat alle prime luci del 17 settembre. Qui i reparti stazionano fino al 18 in quanto gli albanesi avevano fatto saltare il ponte sul torrente per impedire il ripiegamento. Mentre i militari del Genio ripristinano il collegamento i soldati italiani, per rappresaglia, saccheggiano ed incendiano il paese. I nostri, purtroppo, si abbandonarono agli istiniti più bassi massacrando, anche con le bombe a mano, vecchi e donne.
Il mattino del 19 settembre vede la Divisione partire alla volta di Delvino. Verso mezzogiorno la testa della colonna ragginuge la città dove trova ad aspettarli una delegazione di nazionalisti albanesi che, ancora una volta, chiedono al Generale Chiminello la consegna delle armi in cambio di una via sicura verso Porto Edda. Alla fine le parti si accordarono: gli italiani avrebbero lascaito le armi agli albanesi soltanto al momento dell' imbarco per l'Italia; in cambio gli albanesi avrebberro garantito viveri ed un tragitto sicuro fino a Porto Edda. Tenendo fede agli accordi presi la popolazione locale fornì pane in abbondanza. Il 21 un aereo italiano sorvola la città e lancia un involucro contenente un messaggio a firma del Capo di Stato Maggiore Genererale ed indirizzato al Generale Chiminello: "Mantenete la Vostra salda compagine: resistete ed attendete fiduciosi i soccorsi che stanno per giungere a Porto Edda, per restituirvi alla Patria che vi attende con orgolio."
Le salmerie del 129° Rgt. mentre guadano il fiume "Drhinos" nei pressi di Argirocastro
Gli uomini del 129° Reggimento in marcia verso Porto Edda.
Rinfrancati dal messaggio e con la speranza di potere presto tornare in Patria, la mattina del 22 la Divisione muove verso Porto Edda; e  la sera di quello stesso giorno  giunsero in porto la motonave Salvore e la nave da trasporto Dubac scortate  dalla Torpediniera Sirio e dalla Corvetta Sibilla, per riportare in Patria un primo gruppo di soldati. Partirono per primi i feriti ed i prigionieri del 130 Rgt. e della Divisione Parma evasi dai campi di concentramento nei pressi di Valona. Con loro partì anche il Ten. Col. Cirino col compito preciso di riferire circa la difficile situazione della Divisione e, vincolato dalla parola di Ufficiale, di rientrare in Albania con ordini precisi.
Il 24 settembre, dopo le ventidue, attracca un altro convoglio composto dalla motonave Salvore e dalle navi da trasporto Dubac e Probitas. Fedele alla parola data rientra il Ten. Col. Cirino con viveri e munizioni e con i seguenti ordini: imbarcare quanti più uomini possibile e conseganre le armi agli albanesi all'imbarco dell'ultimo scaglione. Completate le operazioni di imbarco il convoglio riparte; purtroppo però la nave  da trasporto Probitas, la più grande di tutte, a causa di una avaria, è costretta a rimanere in porto. Le altre due unità, continuamente bersagliate dagli Stukas tedeschi, seppure con danni e vittime (circa 70 uomini), riescono a raggiungere l'Italia. In particolare la "Dubac", gravemente colpita e paaurosamente sbandata sul fianco sinistro riesce a raggiungere la costa ove si arenerà evitando così di affondare. Grave il bilancio delle vittime: circa 200 morti. Quello fu l'ultimo convoglio a tornare in Patria. La nave Probitas, ormeggiata alla banchina viene, nel pomeriggio del 25, affondata dagli aerei tedeschi.
I tedeschi incalzano e prendono il controllo dell'isola di Corfù impedendo, con le loro armi, l'accesso alla baia di Porto Edda. La mattina di domenica 26 settembre due imbarcazioni tentano un'attacco dal mare. L'attacco viene respinto dalle forza poste a difesa del porto ma, negli scontri, i tedeschi riescono a colpire il deposito munizioni che esplode e finisce per incendiare anche il magazzino con i viveri. Nel pomeriggio un Macchi 205 recapita un altro messaggio del Capo di Stato Maggiore Gen. Ambrosio:
"Corfù occupata dai tedeschi. Impossiblile raggiungere Porto Edda con navi. Portatevi a Porto Palermo ove procureremo di imbarcarvi."
E così, all'imbrunire di quella domenica di settembre, cominciò l'esodo verso Porto Palermo. La colonna aveva percorso a malapena un chilometro quando la marcia si arrestò; gli albanesi sbarravano la strada. Due commissari partigiani si recarono a colloquio col Generale e con i Colonnelli chiedendo la consegna di tutte le armi. Dopo una estenuante trattatviva,  il Generale Chiminello finì per cedere alle richieste degli albanesi è dette l'ordine: "Cedere le armi".
La motonave "Salvore" scortata dalla Corvetta "Sibilla"
La "Sirio" segue il "Dubac", gravemente colpito dagli Stukas, che cerca disperatamente di raggiungere la costa salentina per arenarvisi o incagliarvisi ed evitare l'affondamento
Porto Edda 22 settembre 1943: l'imbarco degli uomini della "Perugia"