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Gli Eroi di Kuç
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Staccatosi dai reparti che avevano deciso di rimanere a Borsh il "gruppo Lanza", composto dal Comando del 129° Reggimento Fanteria, dalla Compagnia Reggimentale, da tutto il II Battaglione "ciclisti", dalla Compagnia mortai da 81 mm, dalle due Compagnie cannoni da 47/32, una della "Parma" e una della "Perugia", nonché dai reparti del 151° Servizi, prese la via della montagna puntando verso Kuç. Perseguitati dai continui attacchi di aerei tedeschi si decise di lasciare la strada e di proseguire nel canlone protetti dall'oscurità della notte. Verso la mezzanotte giunsero finalmente a Kuç che, nel frattempo, era stato dato alle fiamme dagli albanesi. Trovatisi dunque in un paese fantasma fu deciso di procedere verso Kalarat e, di qui, verso Vranisht, sulle montagne ad ovest del vallone in cui scorre lo Shiushica. L'estate intanto aveva lasciato il posto all'autunno. In quei giorni, a complicare la marcia dei soldati già depredati fin anche delle uniformi dagli albanesi, vi furono abbondanti pioggie e vento freddo da Nord Ovest. Giunti sulla vetta, erano circa le 18 del 4 ottobre, furono accolti da una salva di mortaio lanciata dai tedeschi che erano decisi a tutto pur di portare a termine lo sterminio della "Perugia". Trascorsero luna notte terribile, accampati nei boschi ed assaliti dai banditi albanesi. Il Tenente Piergentili ed il Tenente Mundula, con la rabbia e con il coraggio che nasce dalla disperazione insorsero contro i rapinatori e li mettono in fuga. Nello scontro perirono il Caporale Bevilacqua mentre fu gravemente ferito il soldato Capomaccio che soccomberà, qualche giorno dopo, nell'ospedale di Santi Quaranta. In tutto vi furono dodici italiani feriti. Al mattino seguente comparve un albanese che vestiva l'uniforme di capitano medico italiano. Questi consigliò di scendere verso il fondovalle dove, assicurava, non vi era nessun pericolo. Giuntivi troveranno invece ad aspettarli i tedeschi. L'albanese li aveva consegnati alla morte. Così, alle 17.40 di martedì 5 ottobre, circa ottocento militari italiani furono fatti prigionieri. Tra loro vi erano 44 ufficiali di cui 6 medici. I tedeschi imposero una marcia forzata verso Kalarat dove giungeranno nel cuore della notte. All'alba del 6 ottobre il gruppo venne riunito per riprendere la marcia verso Kuç. Dopo cinque ore di marcia giunsero ai piedi dell'altura dominata dal paese. Qui avvenne la separazione degli Ufficiali dalla truppa. E mentre quest'ultima venva avviata verso Santi Quaranta agli Ufficiali fu imposto di percorrere di corsa i 5 km verso il paese. Una strada in forte pendenza con un dislivello di più di 400 metri che provò duramente il Colonnello Lanza  ed il Ten. Col. Cirino che svennero durante la corsa.
Verso le 18 gli ufficiali medici furono separati da quelli d'arma combattente che vennero rinchiusi in una casetta lurida adibita dai tedeshi a servizi igienici. Qui fu loro servita l'ultima cena: un kilogrammo di pasta scaldata servita in una latta arrugginita sulla quale fu buttato un pugno di sale. Perfino l'acqua fu negata.
Il mattino seguente, erano circa le 8.45 del 7 ottobre 1943, i tedeschi ordinarono agli Ufficiali di alleggersirsi il più possibile in vista di una lunga e spedita camminata. Alle 9.45 li portarono sulla strada e li incolonnarono in fila indiana, distanziati di circa cinque passi l'uno dall'altro. Fu loro imposto il divieto assoluto di parlare e di voltarsi. Alla testa ed alla fine della colonna vi era un picchetto di 12 tedeschi con il fucile a "pronti". E mentre la colonna si avviava verso il tragico destino sulla zona grosse nuvole, spinte da un freddo vento, oscurarono il cielo.
Si lasciarono il paese alle spalle e discesero verso l'alveo del fiume Shushica. La dove la strada si accosta al fiume vi è, ancora oggi, un pianoro allora ricoperto da grandi platani. Qui furono fatti fermare e fatti disporre su due file distanti circa 20 m. Solo all'ultimo momento fu escluso dal gruppo e riuscì miracolosamente a scampare alla morte il sottotenente della Reale Guardia di Finanza Amos Meliconi perchè  ritentuto d'arma non combattente in quanto alle dipendenze del Ministero delle Finanze e non a quello della Guerra. Fu escluso anche  il Cappellano che in realtà era il Capitano di Artiglieria Eraldo Caldeira. Questi aveva rinvenuto per strada lo zaino smarrito dal Cappellano Padre Rufino Sebenello e, per sottrarsi alla fucilazione, ne aveva indossato la tonaca. Non fu fatta salva la vita, invece, al sottotenente di amminstrazione Rodolfo Betti che rimase fino alla fine col suo colonnello. Nessuno fu risparmiato nonostante l'eroico tentativo del Colonnello Lanza e del Tenente Colonnello Cirino di salvare la vita dei propri subalterni invocando su se stessi e su se stessi soltanto le totale responsabilità.
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Al "cappellano" fu concessa la facoltà di impartire i conforti relgiosi. E così tutti gli Ufficiali si inginocchiarono intono e ritarono l'atto di dolore. Ed offrirono a Dio la loro vita come olocausto recitando la seguete preghiera:

A Te Signore, consegnamo la nostra vita.
A Te la ritorniamo. Tu ce l'hai data.
Sia questo sacrificio espiazione delle nostre colpe.
   
Infine estrasse dalla tasca il corcifisso che fu baciato da tutti i morituri.
Poi un tedesco dette un attenti al quale nessuno ubbidì. Un sottotenente tedesco lesse loro la sentenza di condanna a morte mediante fucilazione nel petto per tradimento. Nessun interogatorio dei prigioneiri, nessuna difesa, nessuna corte marziale. Una sentenza già scritta dalla penna del vigliacco criminale di guerra tedesco Walter Stettner Ritter von Grabenhofen  e del suo fido maggiore Siegfried Dodel.
Ecco come il "cappellano" Capitano Caldeira descrive gli utlimi atti del tragico massacro:
1. i trentatre ufficiali furono messi per quattro in ordine di grado;
2. furono costretti a togliersi la giubba della divisa;
3. a quattro per volta furono addossati alla scarpata;
"Corcifisso di Kucj"
"Lo baciarono e ad esso guardando ebbero la morte degli Eroi"
4. il plotone di esecuzione, formato da otto sodati disposti su due file e comandati da un maresciallo, sparava  a comando
    sui condannati;
5. lo stesso maresciallo poi finiva i moribondi con un colpo di pistola alla nuca.

Tutti affrontarono il plotone di esecuzione con Dignità ed Onore e con l'Orgoglio di essere Ufficiali italiani.
Tutti morirono al grido "Viva l'Italia".
Con quegli Uomini valorosi cadde, ma non fu presa dalle mani insaguinate del nemico, la Bandiera di Guerra del 129°, che alla partenza da Borsh fu divisa in parti uguali, tutte gelosamente custodite dgli Ufficiali del Reparto, col giuramento di ricomporla in Patria.

Terminato l'orrendo massacro il plotone tedesco si allontnò dal luogo del delitto mentre un temporale impressionante si scatenva sulla zona. Così descirve la scena padre Scannagatta "Sembra che la natura stessa frema al cospetto di tanta iniquità... ed i grandi platani sembrano piegare le loro frondi quasi per nascondere, con gesto pietoso, agli occhi dei mortali, la visione di tale scempio."
Nemmeno la sepoltura fu loro concessa. Solo successivamente, a distanza di diversi giorni, le salme furono ricomposte in tre fosse comuni, due rettangolari, ed un approssimativamente triangolari dagli abitanti del luogo.
Nell'aprile del 1962 i resti mortali dei valorosi Eroi di Kuç furno esumati e traslati in Patria per essere inumati tra gli ignoti presso il Sacrario Militare dei Caduti d'Oltremare di Bari ove saranno custoditi ed onoarti in perpetuo.
A "Trento" è stato eretto un monumento di bronzo in onore dei militari caduti della Perugia. Il monumento, realizzato dallo scultore Silvio Monfini, rappresenta un giovane soldato romano che, sorretto dalla sua arma, tenta di rialzarsi. Sul basamento sono incisi i nomi dei Caduti.
Per l'eroico tentativo del Colonnello Lanza e del Tenente Colonnello Cirino, atto nobilissimo di Comandanti e di Padri, perchè come tali li ritenevano i giovani Ufficiali, questi due Uomini  furono decorati con la Medaglia d'Oro al Valore Militare.  Analoga ricompensa fu concessa al Sottotenente Betti che non volle sottrarsi al martirio nonostante d'arma non combattente. Tutti gli altri Ufficiali per l'eroico grido "Viva l'Italia" furono decorati con la Medaglia d'Argento al Valore Miltare.
Unico Ufficiale a non essere decorato risulta essere il Ten. Faraglia Ubaldo in quanto pare si sia dato alla fuga e sia stato colpito alle spalle dai tedeschi mentre cercava di sottrarsi al suo destino. Su tale circostanza mi riservo di effettuare ulteriori accertamenti e di fornire maggiori chiarimenti.